Il sentiero dei nidi di ragno – Italo Calvino

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“Il sentiero dei nidi di ragno” è stato concepito e pubblicato con due intenti.
Il primo: raccontare la Resistenza partigiana. Il secondo, raccontarla da un punto di vista marginale, inesplorato, che potesse cogliere ogni aspetto della crudezza delle condizioni di vita al fronte ma seguendo un ritmo diverso, privo dei toni drammatici della “letteratura impegnata” . Italo Calvino, da eccellente narratore, riesce in entrambi. Una lunga interessante prefazione apre uno scorcio sui ripensamenti, i tentativi di impostare un racconto in cui egli si sentisse a proprio agio e potesse raccontare nel migliore dei modi ciò che gli stava a cuore. Allora abbandona la prima persona, per fare posto a Pin.

“Tutto doveva essere visto dagli occhi di un bambino, in un ambiente di monelli e vagabondi. Inventai una storia che restasse in margine alla guerra partigiana, i suoi eroismi e sacrifici, ma nello stesso tempo ne rendesse il colore, l’aspro sapore, il ritmo…”

Orfano di madre e figlio di un marinaio sempre lontano da casa, Pin si muove in un mondo di adulti, cerca la loro amicizia, la loro approvazione, vorrebbe essere come loro. Ma molto spesso non ne comprende il linguaggio, certe volte decodificarlo risulta impossibile, e questo lo riporta alla consapevolezza che lui resta pur sempre un bambino, che dovrebbe fare cose da bambini e che non ha poi molto in comune con i grandi, i quali “sono una razza ambigua e traditrice”. La stessa sensazione di disagio la prova tra i suoi coetanei: si sente fuori posto, non si ritrova nei loro giochi noiosi. Frequentare gli stessi ambienti frequentati dagli uomini adulti, ha fatto di Pin, in un certo senso, un uomo adulto. Un adulto dalle fattezze e dai comportamenti infantili, ma dai pensieri “da adulti”. Ma l’orfanello non riusciva ad afferrare molto di quel mondo così criptico e ambiguo. E allora compensava questa sua estraneità con l’ostentazione di virilità, si perdeva in fantasie di gesti eroici. Nella storia, sono proprio gli adulti ad offrirgli la possibilità di dimostrare il proprio coraggio da eroe.
Quel ritmo diverso, frutto di un mondo di fantasia allestito sullo scenario storico della lotta partigiana, è un susseguirsi di  pensieri infantili, monellerie e pasticci di una banda di partigiani poco pratici e svegli. Si capisce bene che non siamo di fronte al classico romanzo neorealista. Ed è questo che rende unico il racconto.  L’avvicinarsi alla guerra ma guardarla da una certa distanza, non è simbolo di disimpegno da parte dell’autore. Tutt’altro: Calvino ha piena coscienza della responsabilità di cui è investito in quanto testimone di un’epoca storica. Ma per alleggerire il peso di quest onere ed evitare ogni senso di soggezione, decide di affrontare il tema “non di petto, ma di scorcio”. E’ così che nasce nel 1947 per la casa Einaudi (nella collana I Coralli) questo piccolo capolavoro, figlio del dopoguerra italiano. Un romanzo che Calvino scrisse in pochissimo tempo, di getto, dal linguaggio immediato, stracolmo di riflessioni sulla natura umana e sulla storia e sulla guerra.

“Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi, forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tutte le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di storia, e tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla mia storia di domani, sulla storia di domani del genere umano.”

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