Moby Dick – Herman Melville

“Ogni cosa umana che si presupponga completa, per questa medesima ragione sarà inevitabilmente scorretta.”


Quando ci si immerge in un grande classico – grande si entra nella consapevolezza di affrontare un viaggio che inevitabilmente ci marchierà in modo indelebile e irreversibile. Nel bene, e a volte anche nel male. Con l’inizio di questo nefasto 2020 – nefasto tanto quanto, dal momento che sono appena diventata mamma – mi sono proposta di affrontare questo gigante della letteratura.

Su Moby Dick ci sarebbe da scrivere davvero tanto, forse troppo. Il testo di quasi 700 pagine fornisce una quantità immensa di spunti riflessivi e districarsi tra la moltitudine di temi affrontanti nella famosissima novella è alquanto complesso.

Parto dalle mie aspettative: prima di iniziare a leggere Moby Dick, ho costruito un’idea del tutto diversa della storia. Credevo, insomma, di accostarmi alla narrazione di un’avventuroso inseguimento al mostro del mare, fatto di clamorosi colpi di scena. Invece, contro ogni mia immaginazione, mi sono trovata davanti ad un’ambiziosa e minuziosa descrizione del leviatano in ogni sua forma esteriore e interiore, nelle tecniche di caccia dello stesso, nonché della sua conservazione. Dalla cattura fino allo stivamento. Melville ha composto una prosa a tratti poeticizzata, a riflessioni filosofiche sui più reconditi interrogativi dell’uomo: sul senso della sua esistenza, sull’ipotesi di Dio e della sua Volontà.

Andiamo ai protagonisti: salto volontariamente la trama, tutti sappiamo in cosa consiste. Mi soffermo, invece, sulla descrizione a livello metaforico di ciascuno di essi. Tengo a precisare che ogni parola di questa descrizione è una mia personale esegesi, non vi è intenzione alcuna di elevare tali considerazioni ad analisi oggettiva ed assoluta.

“C’è una saggezza che è dolore; ma c’è un dolore che è follia.”


Achab: ossessionato dalla nota balena bianca, il capitano del Pequod è una figura dal misterioso fascino. Uno scontro precedente con Moby Dick l’ha reso infermo e privo di una gamba. Questa offesa ha acceso la fiamma della vendetta contro il mostro marino, giurando di non darsi tregua fino a quando il suo rampone non abbia sparso in mare il suo sangue. In un certo qual senso, Achab rappresenta concettualmente l’ossessione dell’uomo per la dominazione della Natura. Questa perversa e folle mania di controllo su ciò che per definizione è incontrollabile si manifesta in ogni sua peculiarità nei comportamenti, nei pensieri e nei sentimenti del capitano. Achab incarna il concetto della follia autodistruttrice, tipica dell’animo umano ; è la prevalsa degli istinti primordiali (collera, vendetta…); è il sentimento di onnipotenza che caratterizza l’uomo nel suo rapporto con Madre Natura.

Moby Dick: il gigante marino è l’elemento Naturale della storia. Per quanto sia descritto alla perfezione in ogni aspetto del suo essere animale, tuttavia viene accentuatamente antropomorfizzato. Achab e anche lo stesso Ismaele, unico sopravvissuto dell’equipaggio nonché narratore onniscente, gli attribuiscono sentimenti umani di rabbia, odio e volontà di causare il male (che presuppone la capacità dell’animale di discernimento del Bene dal Male). Moby Dick è il riscatto della natura umana, è la libertà selvaggia, mistero insondabile degli abissi.

Starbuck: Anche questo personaggio, forse eccessivamente trascurato nella maggior parte delle recensioni, merita di essere messo a fuoco. Il primo ufficiale del Pequod, nel ruolo che ricopre nella storia, non può che incarnare la coscienza, la parte razionale umana. Starbuck è il profeta, colui che preannuncia l’incombenza di un irreparabile disastro. Starbuck vive in modo realistico la caccia alla balena bianca, tentando in ogni modo di distogliere il vecchio Achab dal suo folle intento.

“Tu dovresti impazzire, fabbro; dimmi, perchè non diventi pazzo? Come fai a resistere senza diventare pazzo? Ti odiano ancora i cieli, ché non ce la fai a impazzire?”

Moby Dick è molto, molto impegnativo. Vi sono lunghe parti descrittive che rendono la lettura più faticosa e lenta. L’azione vera e propria si trova in una parte incredibilmente ridotta dell’intero romanzo, rispetto alla mole di pagine. Affrontare questo classico significa uscirne con una maggiore conoscenza su quel mondo affascinante che è la cetologia, la vita in mare, il lavoro di caccia alle balene. Moby Dick, è storia, è filosofia, è poesia. E’ un trattato romanzato sul rapporto Uomo – Natura.

L’ho odiato e adorato. Se l’ho compreso sino in fondo, non saprei dirvelo. La storia della famigerata balena bianca, è lei stessa un enorme Abisso: misteriosa, ignota, inaccessibile.

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