La casa del sonno- Jonathan Coe

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Nei primi anni ottanta, Ashdown -“enorme, grigia e imponente- è abitata da un gruppo di giovani studenti. La vita di ognuno di essi è in un modo o nell’altro legata a Sarah, anch’essa studentessa. La cura di ciascun personaggio è la prova di quanto Jonathan Coe si sia lasciato trasportare dalla sua stessa storia, foggiando ogni singola personalità come un abito su ogni figura, stimolando l’energia empatica del lettore. I capitoli del libro si alternano seguendo due linee del tempo differenti: una riguarda gli anni ’83-’84, l’altra riguarda il 1996. Stessi personaggi, stesso luogo, ma tempi e condizioni differenti. “La casa del sonno” è il titolo di un romanzo di cui il romanzo stesso parla, a cui Sarah -la protagonista- è particolarmente legata. Ma è chiaro che il significato del titolo non si ferma a questo. La casa del sonno potrebbe benissimo indicare la casa che i giovani studenti condividevano ad Ashdown prima di prendere ciascuno la propria strada: la stessa casa che anni dopo il loro trasferimento diverrà una clinica per curare le malattie del sonno. Alcuni dei personaggi vivono un particolare rapporto con il sonno, questa condizione che ci omologa, ci rende tutti uguali, innocui, indifesi. Sarah è narcolettica; Gregory trova attraente osservare qualcuno che dorme; Terry è capace di stare sveglio settimane intere. Il tema prevalente sembra essere abbastanza chiaro, ma si accompagna di altri temi altrettanto importanti, che Coe introduce con maestria: amore, amicizia, malattia, sono tutti aspetti che ci riguardano da vicino… Amare, socializzare, lottare contro il male, sono cose che facciamo naturalmente proprio come dormire.
Una cosa che ho trovato davvero originale è statala suddivisione dei capitoli in base alle varie fasi del sonno: Fase 1, Fase 2, Fase 3… Fino al sonno REM. E il libro sembra voler seguire lo stesso ritmo di queste fasi, ciascun capitolo adotta gli stessi meccanismi e chi legge si sente coinvolto in maniera sempre più intensa ma quasi inconscia, come se scivolasse dolcemente nel torpore del sonno. Ma al suo risveglio sentirà di non essere più la stessa persona.
Consigliato? Decisamente si.

Uomini e topi- John Steinbeck

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Soltanto 117 pagine sono bastate a proiettarmi dritta nella polverosa, arida California. La pregnanza della scrittura di Steinbeck ha raggiunto il suo ambizioso obiettivo lasciando il sapore di un ricordo, come se avessi vissuto l’esperienza dei ranch californiani in prima persona. A fine lettura, quasi non credevo di aver soltanto fantasticato, sognato. Credevo di aver vissuto, e in un certo senso l’ho fatto. Cosa ho provato… Ho provato l’amarezza che non pochi di noi provano quando un libro ci cattura particolarmente. E soddisfazione, tanta soddisfazione per aver assecondato il mio desiderio di leggerlo. Annoverare John Steinbeck -fu insignito del Premio Nobel nel 1962– è stata la prima scelta, levati gli occhi dall’ultima riga della pagina. Le tematiche che Steinbeck affronta, la posizione sociale ed economica dei protagonisti, ricorda tanto lo stile di Fenoglio. George (un ometto minuto e sveglio) e Lennie (una sorta di gigante buono ma ingenuo) ricordano tanto la figura di Agostino in “La malora”. Povertà, ingiustizia e miseria costituiscono lo sfondo tematico della profonda amicizia tra i due disgraziati ragazzi.
Il finale è di forte impatto emotivo. Ma il resto del romanzo breve non manca di colpi di scena, spiazzanti, crudi. La pietas che il libro suscita nell’animo del lettore viene a tratti smorzata dalle innocenti malefatte di Lennie, dai rimproveri coloriti di George al suo compagno. “Uomini e topi” ha il dono della scorrevolezza e di quella semplicità asciutta, schietta, che non cade nella banalità. E’ quel genere di romanzo che ti rapisce, ti cambia dentro, ci fai amicizia, e ti restituisce frastornato in pasto alla realtà. Da leggere, e rileggere. E rileggere.

La Controvita- Philip Roth

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Nei cinque capitoli che compongono la struttura architettonica de “La Controvita” (The Counterlife, 1986), i personaggi descritti da Philip Roth (il quale si identifica con Nathan Zuckerman, suo alter ego presente spesso nei suoi romanzi di stampo autobiografico) vivono nel desiderio di stravolgimento delle proprie vite, insoddisfatti di quelle attuali. Autore del romanzo risulta dunque essere Zuckerman, scrittore del New Jersey e uno dei personaggi del libro. Ciò fa di esso un “romanzo nel romanzo”, un esperimento difficilissimo dal punto di vista narrativo e che pochi, davvero pochi sanno giostrare con la maestria di Roth. Troviamo uno Zuckerman che distorce gli eventi, gli ambienti, gli altri personaggi, dal parente più stretto al perfetto sconosciuto, ma non è affatto scontato che questa distorsione risulti essere volontaria considerando che potrebbe anche provenire dal suo peculiare modo di vedere e vivere ciò che gli accade, per cui di fatto questa distorsione non è altro che il frutto di una prospettiva differente non meno veritiera e valida di qualsiasi altra. E noi lettori, persuasi di una verità che Zuckerman ha magnificamente costruito e curato nei minimi dettagli, ci ritroviamo come se fino a quel punto avessimo dato retta ad un miraggio apparso dal niente e nel momento in cui a prendere la parola -o la penna- è Henry, suo fratello, ci ritroviamo come destati da un sogno, abbagliati, confusi -di una confusione che lascia senza fiato-, storditi. Questo è il termine esatto. A lungo ho cercato un termine che racchiudesse in sè l’insieme di sensazioni provocate da questa lettura. Mi sono sentita proprio così: stordita. Arrivati a questo punto è lecito domandarsi, dove sta la verità? Andiamo a monte,una verità esiste? Se sì, non ci è permesso conoscerla se non nelle ultime pagine. I personaggi vivono, interagiscono e si muovono in realtà contrastanti, mettono in discussione il proprio ruolo, Roth “gioca”, e anche Zuckerman lo fa  (teniamolo a mente, Roth NON E’ Zuckerman) ,con le loro personalità ed effettua uno svisceramento delle emozioni, dei pensieri, innescando temi che vanno dal sesso all’ebraismo, all’antisemitismo, alla paternità.  In particolare in “Giudea”, i temi dell’ebraismo e dell’antisemitismo hanno largo spazio, e la loro trattazione, sebbene avvenga con un certo calibro di serietà (non eccessivo, ma giusto) è  dotata di una dose minima di sarcasmo che non sfugge all’occhio del lettore e che probabilmente Roth ha inserito per il fatto di essere ebreo lui stesso, ma che non ami prendersi sul serio. Mi piace pensare che sia così. Il ritmo del romanzo è scostante, la lettura transita da un andamento lento ad un ritmo incalzante. “La Controvita” è un romanzo di altissima qualità letteraria, ma con un altrettanto alto livello di complessità. Proprio a causa di quest’ultima caratteristica non lo consiglio a tutti: se non si riesce ad individuare il senso e il contenuto del messaggio è una lettura che potrebbe rivelarsi tortuosa, eccessivamente faticosa. La lettura stessa perde di senso, della bellezza e della profondità estasiante propria dei romanzi di Philip Roth.
Cinque stelle al maestro. Anche sei, sette.
Plauso.
Chiude il sipario.

Cortesie per gli ospiti- Ian McEwan

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Pubblicato in Italia da Einaudi nell’83, due anni dopo la prima pubblicazione a Londra, “Cortesie per gli ospiti” -secondo romanzo di McEwan in ordine cronologico- è stato anche proposto per il Booker Prize. Scrittore inglese che particolarmente ho avuto modo di apprezzare all’inizio di quest anno con un altro dei suoi romanzi, “Espiazione” (vd. Gennaio 2016), McEwan non mi ha deluso neanche stavolta, anche in presenza di diversi punti deboli.
Quella Mary-Colin è una coppia tremendamente inusuale, tenuta insieme dal filo di un’affinità che si assottiglia e si espande nel tempo e a seconda degli umori ma non s’indebolisce, resta forte. La coppia è in vacanza in una località balneare fatta di strade strette e piazze larghe, resta torrida dal soffocante clima estivo e al tempo stesso immersa in un’atmosfera surreale e inquietante. E’ proprio in una di queste strade che la coppia incontra Robert, un personaggio bizzarro che si offre prima di guidare i turisti in giro per la città e in seguito di ospitarli in casa propria (a voi capita spesso di incontrare tizi a random per strada e di invitarli ad alloggiare nella vostra umile dimora?). La seconda coppia, Caroline-Robert, ha intorno a sé un alone di mistero, un segreto celato, terribile.
Da questo romanzo breve, circa 130 pagine, è stato tratto un film  ma inutile dirvi che, sebbene il romanzo mi sia piaciuto ma senza avermi fatto impazzire, il paragone non regge. Assolutamente. Come a mio parere non regge il confronto fra “Cortesie” ed “Espiazione”. I vent’anni che separano i due romanzi si mostrano e appaiono sotto forma di sfumature stilistiche differenti. “Espiazione” è più realistico, concreto sotto tutti gli aspetti -personaggi, fatti, ambientazione-. Ho apprezzato “Cortesie per gli ospiti” più per il finale, spiazzante e sconvolgente, che per il resto della storia, della descrizione dei personaggi, degli incontri, delle emozioni. Poco coinvolgente. McEwan ha scritto di meglio, e voglio fidarmi perchè sono estremamente convinta del suo talento e sarei felice di leggere altro, magari anche i suoi racconti, per approfondirlo meglio e conoscerlo meglio, voglio scoprire il suo vero valore. A quel punto sarò in grado di farmi un’idea complessiva, e di parlarne con voi… Why not?

Il vecchio che leggeva romanzi d’amore- Luis Sepùvelda

sepulveda_vecchio0Di Sepùvelda mi innamorai da bimba, la prima volta che lessi “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”. Scrittore cileno (naturalizzato francese), dotato di una fama internazionale e di un talento fuori dal comune, vincitore di premi e riconoscimenti tra i quali:

  • Premio della Critica in Cile (2001)
  • Premio “Primavera Fiction Prize” (2009)
  • Premio “Taobuk Award” per l’eccellenza letteraria (2014)

La sensazione che ho provato sfogliando e gustando “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” (Guanda Editore),nato qualche anno prima di me – fine anni ’80- è stata quella di rincontrare dopo tanto tempo un carissimo amico di vecchia data. Nonostante la giovanissima età, ricordo bene con quanta profondità Sepùvelda mi aveva segnato.  La letteratura latinoamericana è un campo per me ancora in fase di ispezione e approfondimento. L’occasione di aggiungere questo bellissimo romanzo alla mia libreria mi fu data durante l’intrepida escursione al Salone del Libro, due mesi fa. Alla modica cifra di 3 euro, grazie a Libraccio, ho recuperato un tesoro. E, fortuna volle che trovassi anche l’autografo. Naturalmente non è come presentarti davanti a lui, emozionatissima e drammaticamente euforica balbettando la richiesta di un autografo, ma la sua firma, ha per me un valore inestimabile a prescindere da ogni cosa. Il libro vede come protagonista Antonio José Bolìvar Proaño, un vecchio residente El Ilidio costretto a cercare ed uccidere un tigrillo (felino feroce) a cui hanno ucciso i cuccioli e per tale ragione ritenuto pericoloso per la gente del villaggio. Un tigrillo distrutto dal dolore della perdita più grande: quella dei figli. Cieca di odio, annienta gli uomini, uno per uno. Entrare in sintonia con il vecchio Antonio è stata questione di poche righe. E’ bastato il primo dialogo a farmi comprendere con che tipo di protagonista avevo a che fare: anni di dolori e fatiche lo avevano indurito, ma custodiva in sè la sensibilità di un bambino. Acuto, amante della lettura -aspetto che da solo basterebbe a regalare a quest uomo tutta la mia stima-, in particolare dei romanzi d’amore,  non quell’amore che tanto spesso accostiamo al piacere del sesso, ma “dell’altro tipo di amore. Quello che fa stare male”. Probabilmente l’esigenza di leggere romanzi che parlano di amori travagliati, carichi di pathos, nasce oltre dalla bonaria inclinazione anche da quell’amara sofferenza di cui lui stesso è stato preda e vittima, poiché la malaria portò via dalle sue braccia la giovane moglie poco dopo essersi trasferiti nella foresta. La vita, crudele per com’era, lo aveva privato di tutto l’amore che aveva. E l’escamotage per trascorrere una serena vecchiaia, lui l’aveva riscoperta nella passione per i romanzi d’amore. Credo che se tutti leggessimo più romanzi d’amore, avremmo maggiore consapevolezza dell’odio. Scorrerebbe meno sangue tra le strade, nei villaggi, nelle case. Ognuno di noi farebbe più attenzione ai sentimenti dell’altro. Qualunque effetto abbia la lettura, se tutti noi scegliessimo di vivere come il vecchio di cui Sepùvelda ci parla, il nostro sarebbe un mondo indiscutibilmente migliore. Una lettura che nella sua semplicità sa come rapire il lettore: consigliatissimo, cinque sfavillanti stelline vanno a favore di questo capolavoro.

#PremioStrega: finale in diretta Rai

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Ci siamo: 8 Luglio 2016, giunti anche quest anno alla finale del Premio Strega, uno dei maggiori premi a livello nazionale, trasmesso in diretta su Rai 3 dall’Auditorium Parco della Musica di Roma. Ecco i finalisti:

L’uomo del futuro (Mondadori) diEraldo Affinati
Presentato da Giorgio Ficara e Igiaba Scego

La scuola cattolica (Rizzoli) diEdoardo Albinati
Presentato da Raffaele La Capria e Sandro Veronesi

Il cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax) diGiordano Meacci
Presentato da Giuseppe Antonelli e Diego De Silva

Se avessero (Garzanti) di Vittorio Sermonti
Presentato da Franco Marcoaldi e Serena Vitale

La femmina nuda (La nave di Teseo) di Elena Stancanelli
Presentato da Francesco Piccolo e Silvia Ronchey

Seguire la diretta -cosa che sto facendo mentre scrivo questo “articoletto flash”-è un’emozione unica e che non ha bisogno di parole per essere descritta. Il mio voto va a Giordano Meacci (“Il cinghiale che uccise Liberty Valance”)

E voi? Cosa avete letto e cosa avete votato?

A proposito di lei- Banana Yoshimoto

A causa dei diffusi pareri positivi, quando ho preso avuto l’occasione di trovarmi tra le mani una delle sue opere, mi sono fiondata nella lettura con aspettative proporzionate a ciò che avevo udito/letto sull’autrice. Ho quasi dato per scontata la sua bravura. Mentre, a fine lettura il mio umilissimo parere non conta più di tre -vado per eccesso- stentate stelline. Banana Yoshimoto, figlia di un importante filosofo degli anni Sessanta e vincitrice di diversi premi, ha scritto la bellezza di 44 opere.
“A proposito di lei”esce nel 2008 ed è incentrata su una coppia di cugini, Yumiko e Shoichi e le loro madri gemelle. Da bambini i due cugini trascorrevano molto tempo insieme ma crescendo le loro strade si sono divise. Si ritroveranno molto tempo dopo, da adulti, quando Shoichi seguendo le ultime volontà di sua madre, si reca da Yumiko per prendersi cura di lei, affetta da una forma di grave amnesia che non le permette di ricordare ciò che ha sconvolto la sua triste infanzia. I ricordi lentamente emergono in superficie, agganciandosi tra loro in una serie di flash, come si ricordano improvvisamente i brutti sogni. In particolare emerge un evento traumatico che Yumiko ha vissuto quando era bambina.
Per ciò che mi aspettavo da un’autrice tanto acclamata, ho trovato dialoghi estremamente banali e scontati. Ma il punto di forza del racconto sta nell’epilogo, finale inaspettato e spiazzante. La lettura è scorrevole, leggera, ma consigliabile solo a chi non ama roba di un certo calibro o non è abituato a letture impegnative. I motivi delle mie tre stelline sono diversi: la letteratura giapponese non è adatta a me (o io non sono adatta a questo genere di letteratura, può anche darsi, perchè no?); tra le aspettative e lo stile dell’autrice e del romanzo c’è stato uno scarto troppo profondo e ampio per poterci stendere un velo; niente colpi di scena, eccetto la fine. Prevedere con troppa facilità quello che accadrà nelle pagine successive non è per niente positivo, l’autrice lascia troppi indizi e goffamente cerca di mascherare lo sviluppo delle cose. Ma la mente del buon lettore vortica tra le più assurde e improbabili ipotesi, non ignora i dettagli, rilegge le parole, i passaggi che camuffano una qualche verità.
Naturalmente è il primo libro della Yoshimoto con cui mi confronto, magari avrò iniziato a conoscerla nel modo sbagliato. Proprio per questo faccio appello a chiunque abbia letto qualcosa in più, sarei felice di farci su una chiacchierata. Chi sa, parli.

Elogio alla follia- Erasmo da Rotterdam

Una lettura che da tempo avevo in programma e che è sbocciata in una giornata qualsiasi di primavera. Una delle tante giornate in cui i libri per gli esami reclamano l’attenzione che ostinatamente rivolgi alle cose più banali (“oh, un moscerino!), in cui gli impegni si accavallano ma tu fai finta di non sentirteli addosso. Insomma, una di quelle giornate in cui “Elogio alla follia” sembra calzare a pennello. Son sempre più convinta del fatto che non siamo noi a scegliere i libri da leggere, ma a sceglierci sono loro. E lo fanno (quasi sempre) al momento giusto, senza lasciare nulla al caso. Inutile dire che, come tutti i classici, lasciano dentro un’impronta che indelebilmente porterai addosso per tanto, tantissimo tempo. Al centro di un romanzo considerato una delle maggiori opere letterarie più influenti del mondo occidentale, presiede il tema principale “la follia”. Erasmo da Rotterdam (1469-1543), umanista e teologo olandese, condivise molti aspetti della critica di Martin Lutero, al punto di rifiutare il titolo da cardinale. Le allusioni al classico mondo greco rivelano lo stile di un uomo dotto del Rinascimento. Nell’intessere questo elogio, l’autore si serve di esempi che riprendono illustri filosofi (Socrate, Cicerone, Democrito), divinità (Giove, Mercurio, le Muse), senza lasciar fuori figure cristiane (Gesù, gli Apostoli, Santa Barbara, i cristiani stessi), e attraverso di essi viene dimostrata la grande importanza che la follia riveste nella vita degli uomini, dei santi, degli dei. Niente può essere considerato più stolto della “saggezza intempestiva” priva di ogni traccia di follia. E’ proprio la Follia, figlia di Plutos e della Freschezza, allevata dall’ignoranza e l’ubriachezza, a rallegrare la vita degli uomini, spazzando via l’esagerata compostezza che la renderebbe un’esistenza grigia e triste. La critica verso una Chiesa Cattolica pomposa e imponente che ama circondarsi di ricchezze e fastosità, emerge sotto forma di piccoli e apparentemente innocui riferimenti all’interno dell’opera: “A che scopo le ricchezze, se i cardinali fanno le veci degli Apostoli, che erano poveri?”. Sono domande che anche ai giorni nostri hanno un senso.  Il grande lavoro di Erasmo da Rotterdam è una lettura che ha rivoluzionato il panorama occidentale soprattutto cinquecentesco, ma che nei suoi tanti aspetti, non manca di attualità.

La nausea- Jean Paul Sartre

Romanziere, drammaturgo e filosofo francese (Parigi 1905– ivi 1980). Pensatore tra i più significativi del Novecento, la sua filosofia si riallaccia alla fenomenologia di E. Husserl e all’analitica esistenziale di M. Heidegger (http://www.treccani.it/enciclopedia/jean-paul-sartre/). Prima di iniziare, poniamo una breve riflessione sul concetto di “Nausea” secondo Sartre. Con questo termine, egli intende esprimere un atteggiamento psicologico nei confronti dell’esistenza, l’esistenza che ci pervade a tal punto che le cose finiscono per avere un’immane incidenza sulla nostra coscienza. Ciò che le cose suscitano, in questa dimensione, sono disgusto, ribrezzo. Ciò che ci tocca non ci lascia spazio e ci opprime. Le cose intorno a noi esistono e ci coinvolgono con una pienezza tale da soffocarci.
“La Nausea è l’Esistenza che si svela- e non è bella a vedersi, l’Esistenza”. Roquetin, è uno storico che lavora ad una ricerca e vive la propria esistenza nel tentativo di un distacco da tutto e tutti.  “La Nausea” è un racconto in prima persona, scelta narrativa che si sposa alla perfezione con la struttura (si tratta di un diario personale) e il tema del romanzo: il legame tra il protagonista (Roquentin) e il lettore è più profondo, l’intensità empatica è maggiore, e tutto ciò che il narratore prova -ripugnanza, intolleranza, rabbia, “Nausea”– sono tutte sensazioni che il lettore sente quasi sulla sua pelle, nella sua mente. E’ una “nausea” che pervade anche chi legge. Il diario si Roquetin registra i momenti della sua vita che oscillano tra afflizione per un mondo che, in se, lo invade e lo affligge, lo rende goffo e pesante, e sollievo per quei rari momenti di leggerezza e annullamento, quasi inesistenza. La scelta accurata di ogni aggettivo per la descrizione delle condizioni psicologiche del protagonista narrante, rende quasi palpabile le emozioni, le particolarità dei personaggi che fanno da corollario (l’Autodidatta, Anny, la cameriera) e i dettagli non sono ridotti ad un mero elenco che a volte noi lettori, diciamolo, preferiremmo saltare, ma la naturalezza con cui sono inseriti nel testo fa in modo che siano proprio essi a catturarci. Il trovarmi a tu per tu con un filosofo esistenzialista, soprattutto Sartre, è stato un rischio che -non essendo particolarmente portata per la disciplina filosofica- da un lato mi spaventava, ma che dall’altro ho volutamente scelto di correre perchè sono contro la politica del “non lo leggo perchè non è il mio genere”. Lo trovo un limite. Naturalmente ognuno di noi è più propenso per certi generi a dispetto di altri, ma escludere dal proprio campo visivo le letture che non appartengono ai nostri generi preferiti significherebbe privare a noi stessi la possibilità di piacevoli scoperte. Io, che di filosofia ne ho letta ben poca, ho trovato “La Nausea” una piacevolissima scoperta, che ho amato dalle prime pagine e che ha fatto cadere nell’oblio il timore di confrontarmi con testi di carattere filosofico. Se avessi escluso dalla mia visuale ogni opera di questo genere, non mi sarei regalata una sorpresa così. Per cui non abbiate paura di leggere, mai. “Non bisogna aver paura” scrive Sartre. Il confronto richiede anche, soprattutto coraggio.

Natura&Letteratura: una Marina in festa

Il 2016 è l’anno dei Festival Letterari. Da lettrice e da siciliana, non mi sono lasciata sfuggire nemmeno “Una marina di libri”, Festival dell’Editoria Indipendente, che quest’anno si è svolto (dal 9 al 12 Giugno) in un paradisiaco Orto Botanico, quello di Palermo. Una perfetta sintonia quella tra natura e cultura, che mai prima di quel momento avevo sperimentato in modo così intenso. Passeggiare tra gli stand di Case indipendenti, riempire i pomoni di aria pura e incontaminata, sfogliare libri e dialogare con gli editori, mi ha restituito la serenità di quando ero bambina. E percepire la stessa armonia anche in coloro che mi stavano intorno, questo completa il quadro generale di una giornata perfetta. Perfino le zanzare si sono tenute lontane. Ad animare il Festival, più di 80 case editrici italiane, scrittori, artisti, musicisti. Da Iperborea a Tunuè, da l’Orma a Sur. Ognuno con le sue particolarità, con le sue storie da scoprire e raccontare. Seminari, presentazioni, dibattiti e iniziative anche per i più piccini. Le sorprese non sono mancate nemmeno a chiusura dell’evento: l’evento ha raggiunto il record di oltre 10 mila libri venduti, accompagnati da un record di visitatori. Una bella risposta a chi sostiene che in Sicilia l’interesse verso la cultura sia povero o addirittura inesistente; a chi non crede nel valore del Sud; a chi mette i bastoni fra le ruote agli operatori culturali, tagliando fondi e scoraggiando i giovani imprenditori; a chi non riesce ad immaginare un futuro dignitoso se non da Roma in su. Ma “Una marina di libri” non finisce qua: per dar continuità alla sua presenza, decide di mettere radici e creare una biblioteca dell’editoria indipendente nel centro di Palermo, che ospiterà i libri delle case editrici indipendenti (circa 400 libri) che hanno avuto modo di partecipare alle sette edizioni. Cos’altro aggiungere?
Inutile dirvi che, al solito, ho fatto incetta di segnalibri bellissimi e Shopper bag letterarie che ho aggiunto a quelle acquistate al Salone del Libro il mese scorso. Naturalmente ho acquistato qualche libro, nei limiti delle mie possibilità sostengo sempre quello che è il mondo degli indipendenti. I libri in questione sono:
“Preghiera per Chernobyl” del premio Nobel 2015 Svetlana Aleksievic  (E/O edizioni)
“Il pozzo” di Juan Carlos Onetti, della collana (Sur)
“Bestiario” di Juan Josè Arreola (Sur)
In futuro avrò modo di parlarvi di questi acquisti, nel frattempo se li avete letti mi farebbe piacere leggere i vostri pareri e discuterne un po’.