L’inconfondibile tristezza della torta al limone – Aimee Bender

Dopo mesi di sospensione attività, ritorno con questa chicca che ho avuto il piacere di gustare tra un esame di statistica e uno di linguaggio giornalistico. Un tesoro scoperto grazie ad uno dei booktuber più cliccati come Andrea Pennywise, che mi ha lasciata con il fiato sospeso fino all’ultima pagina. “L’inconfondibile tristezza della torta al limone” è stato pubblicato nel 2010, nel 2011 arriva in Italia grazie a Minimum Fax. Un racconto che vede Rose come protagonista, una bimba come qualsiasi altra ma con un’abilità in più: quella di sentire attraverso il cibo gli umori di chi lo cucina. Questo concetto è tanto semplice quanto poetico. I sentimenti che si assaporano: è un dono che tutti vorremmo avere -insieme a quello del teletrasporto e dell’invisibilità- , per capire chi ci interessa capire o conoscere. A Rose basta assaggiare un pezzetto della torta al limone cucinata dalla mamma per intuire un gusto di angoscia e disperazione, e infine senso di colpa. Ben presto e in età precoce si trova a fare i conti con i retroscena della sua vita famigliare che nel corso della lettura si rivelerà ben più anomala (e aggiungerei interessante dal punto di vista del lettore) di quanto ci si possa immaginare. La trama non risulta complessa, i personaggi sono pochi e ben descritti e i paragrafi molto corti (anche due pagine). Si passa da scene di quotidianità a picchi di tensione e suspense, dalla breve descrizione di scene realistiche a descrizioni di particolari surreali e sovrannaturali, eventi ai quali non viene data alcuna spiegazione logica. L’intera storia è scorrevole e tiene incollato il lettore fino all’epilogo finale. I personaggi accettano il proprio destino, che ha a che fare col mistero, col magico, senza cercare di spiegarselo o di modificarlo. Rose scoprirà di non essere l’unica ad avere un “dono”. Mette alla prova se stessa, fa pratica su di sé nel tentativo di spiegarsi quello che succede dentro se stessa. Dramma e amore per la vita e la cucina camminano insieme in questo romanzo che Aimee Bender, autrice statunitense che  meriterebbe a mio avviso molta più notorietà, ha strutturato con sorprendente genialità e uno stile fresco.
E’ una lettura leggera e piacevole, non vi resta che godervela.

Alla prossima!

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Cecità- Josè Saramago

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Quello che non vi avevo detto, è che in alcuni dei miei scaffali ho libri che ho comprato anni -letteralmente anni!- fa e i miei sensi di colpa crescevano di giorno in giorno. Quindi per rimediare, sto facendo l’immane sforzo di non cadere nella tentazione di acquistarne altri. Tra questi sventurati romanzi, ho pescato questo autentico capolavoro. Non tutti apprezzano Saramago per il suo stile molto particolare -senza punteggiatura, dialoghi liberi-, eppure non ho trovato difficoltà nel seguire la storia. L’apprezzarlo o meno credo dipenda dai nostri gusti e le nostre abitudini. La scorrevolezza è presente sin dalla prima pagina, il coinvolgimento è immediato e ci si adegua rapidamente alla struttura narrativa del romanzo, privo di capitoli, di riferimenti storici, geografici e persino dei nomi dei protagonisti. Questo romanzo distopico ci trasporta in un mondo moderno che a causa di un’epidemia chiamata “mal bianco”, si trasforma in un vero inferno. Questo mal bianco consiste in una forma di cecità mai conosciuta prima. Un mare di latte invade la vista di tutti gli abitanti della Terra. O sarebbe preferibile dire quasi tutti. Soltanto una donna ha ancora la capacità di vedere, ma ciò non determina necessariamente un vantaggio sugli altri ciechi: costretta ad assistere ad abominevoli orrori, si rende conto di quanto l’umanità possa cadere in basso, nella più assoluta barbarie. Capisce che per quanto gli uomini possano avvicinarsi alla modernità e all’avanguardia, per quanto possano essere alte e nobili le loro aspirazioni, per quanto possano essere vicini alla civiltà, non saranno mai più lontani di tre passi dai nostri più distanti antenati, gli uomini primitivi. La cecità fa cadere ogni sano principio di vivere civile, lasciando spazio alla legge del più forte guidata da un innato istinto di sopravvivenza. Homo homini lupus. Il forte che deruba il debole.

Non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che, pur vedendo, non vedono.

Nessuno fino al momento dell’epidemia di cecità se ne era mai accorto. Abbiamo tutte le comodità e la tecnologia a nostra disposizione, ma l’essenziale non l’abbiamo mai saputo apprezzare, e mai saremo in grado di farlo. Fino a quando le circostanze non metteranno a nudo le nostre reali esigenze da esseri appartenenti al regno animale. Lo scrittore portoghese sembra voler introdurre in modo del tutto originale la concezione di un uomo egoista e primordiale, che nel progredire dei secoli si è celato sotto strati di norme comportamentali e convenzioni sociali illudendosi di una reale evoluzione della specie. L’originalità della storia è densa di significati nascosti, sui quali varrebbe la pena soffermarsi per sottoporli ad un’analisi critica. “Cecità” è un romanzo che dice molto di noi, che aiuta a capirci. Lasciatevi trasportare da questo Nobel come in un viaggio, da cui ne uscirete cambiati.

Consigliato: 

Hitler, Socrate, Amore e Gelato- Kim Chiari

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Da un alquanto bizzarro accostamento di nomi propri e comuni presente in questo titolo assai curioso è semplice intuire l’impronta volontariamente comica del romanzo. Cosa mai c’entreranno Hitler e Socrate con l’amore o il gelato?
Il filo conduttore è Yannik, un ragazzo qualunque con nessun (apparente) potere speciale. Il contenuto della mia parentesi è fondamentale, perché da quando Y. incontra una giovane barista, innamorandosene perdutamente, il mondo intero viene stravolto, lasciando spazio ad uno scenario surreale in cui il lettore viene fulmineamente introdotto senza troppi preamboli. Accadono stranezze di ogni sorta, proprio come in un sogno o un’allucinazione da ecstasy: Hitler torna in vita (cavalcando un gigantesco pollo!), dal cielo piove gelato , Socrate resuscita e snocciola all’occasione le proprie perle di saggezza attraverso dei comunissimi Post-it. L’amore per Aurora, la barista, lo sposta in una dimensione differente in cui non c’è un tempo e non c’è uno spazio, non si sforza neanche di comprendere quello che succede intorno a lui. La missione, è chiaro, è quella di poter conquistare la “Donna dei Miracoli”, a costo di subire l’ira di uno dei più spietati e agguerriti assassini della storia. Si, sapete bene di chi si tratta.
Infine, il personaggio a mio parere più degno di menzione, resta Socrate: il suo ruolo nel racconto di Kim Chiari è una degna dimostrazione che la filosofia non riguarda l’astrazione di una realtà imprecisa, fuori dalla nostra portata. Al contrario: la filosofia è nel nostro vivere quotidiano, in ciò che ci accade in quanto uomini, cioè esseri socievoli dotati di ragione e sentimenti. Filosofia: dal latino philo (amore) sophĭa (sapienza, pensiero). Se Yannik è evidentemente tendente ad assecondare il proprio istinto, Socrate simboleggia invece il suo lato razionale, la cosiddetta voce della coscienza sempre pronta a riportarlo con i piedi per terra.
In fondo, tutti abbiamo preso almeno una volta una cotta per qualcuno, e tanto basta per trovare in Yannik una parte di noi, del nostro vissuto. Nella sua storia troviamo lo specchio della nostra, ci immedesimiamo nel suo malessere, ci ritroviamo nella sua goffaggine, ci indigniamo per le ingiustizie che subisce, ci esaltiamo per la sua euforia.
La storia ha dell’assurdo, e ammetto di aver riso con gusto fino all’ultima pagina. L’assurdità è infatti uno dei suoi punti di forza, sapientemente combinata con la leggera ma tutt’altro che superficiale scrittura del giovane Kim Chiari . Ci sono momenti in cui abbiamo semplicemente bisogno di una sana e terapeutica risata, e questo libro ha tutte le carte in regola per concedercela.
Prima di lasciarvi, mi sembra giusto avvertirvi:
Non innamoratevi.
Potrebbe piombarvi una mucca in testa.

Numero di Pagine: 120
Editore: Nativi Digitali
Prezzo: 2.99€
Genere: Umoristico, contemporaneo, fantastico

Il dottor Zivago- Boris Pasternak

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“E’ bene quando una persona contraddice le nostre aspettative, quando è diversa dall’immagine che ce ne siamo fatta. Appartenere a un tipo significa la fine dell’uomo, la sua condanna. Se non si sa invece come catalogarlo, se non è ‘caratteristico’, allora possiede già la metà dei requisiti desiderabili, è libero da se stesso.”

Immaginate una Russia sperduta e provata dalla Grande Guerra, indebolita ulteriormente dalla rivoluzione; immaginate la popolazione russa messa in ginocchio dalla miseria, dalla fame e dal tifo trascinandosi a stento verso la sopravvivenza. In questo tragico scenario si muovono anche i Zivago. La prima figura-chiave intorno alla quale ruotano le vite del resto dei personaggi è il medico Jurii Andrèevic Zivago. La seconda, è Larisa (o Lara) Fedorovna Antipov. Pasternak crea nel romanzo un’atmosfera cupa, profondamente drammatica, che personalmente ho apprezzato -perchè si, adoro i romanzi cupi, tragici e tristi– e nonostante questo lungo poema di 570 pagine sia incontrovertibilmente pesante -è pesante, sfido a dire il contrario-, sono riuscita ad entrare nell’anima del romanzo, ci sono entrata con tutte le scarpe e l’ho amato come Zivago e Lara si amano. Ma l’amore perfetto, quello più reale e quello che va oltre ogni immaginabile barriera, ogni distanza, è quello fra Zivago e Tonja. Magari dopo averlo letto capirete perchè Lara non mi è andata a genio sin dalla sua prima comparsa, mentre Tonja (nonostante la sua presenza nella storia sia più effimera) rimane la mia favorita. Forse, dopo averlo letto, sarete d’accordo con me, o forse no.
Mentre Zivago… Con Zivago ho stabilito un rapporto di amore/odio: adoro la profondità delle sue riflessioni, la sua mente raffinata e colta, la sua attitudine alla vita di famiglia. Quello che invece lo rende, a mio avviso, intollerabile, è la sua debole forza di volontà, questo eterno e pacifico vivere tra “incudine e martello”, senza decidere se vivere per l’amore di una donna o dell’altra. Indecisione, né da una parte né dall’altra. Non partecipa alla rivoluzione né l’accetta. Ho poca simpatia verso gli eterni indecisi, chi è nel dubbio e non fa niente per tirarsi fuori per convenienza e/o comodità. Spero di non averla offesa, Dottor Zivago.
Ad ogni modo…
In questa immensa distesa russa rasa al suolo dai bombardamenti, i personaggi sono in balia dell’evoluzione della guerra. Le famiglie si disgregano, si perdono e si cercano. E’ una continua, disperata ricerca dei propri cari, interrotta nei momenti più inaspettati e inopportuni da incontri generati da coincidenze estreme – incontrarsi diverse volte in maniera del tutto casuale risulta improbabile considerata la vastità della Russia-, quasi “volute dal cielo”.
Pasternak dedica molta della sua attenzione ai paesaggi: il che rappresenta un punto a suo favore, poiché  in verità, la descrizione della varietà paesaggistica russa è la cosa che più mi è rimasta dentro dopo aver finito il libro. Con la sua scrittura, ci fai l’amore. Poco da farci. Anche se in certi punti si riscontra una dispersione che fa perdere il filo  e la lettura rallenta il suo ritmo.
Vorrei avere parole più precise per descrivere il calore della compagnia di questo romanzo.
Quello che posso consigliarvi, è di recuperarlo al più presto. E non divorarlo, ma viverlo con il suo tempo.
Un monumento letterario di cui nessuno dovrebbe fare a meno.

Va’ dove ti porta il cuore- Susanna Tamaro

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Per finire la lunga stagione delle letture estive, ho optato per qualcosa di piacevole e leggero. La Tamaro non è il tipo di scrittrice che leggo abitualmente, proprio per questo sono stata indecisa fino all’ultimo se acquistare il suo o libro o meno, ma variare per me è importante tanto quanto approfondire il proprio genere e così trovo spazio anche per lei in momenti come questi, in cui innegabilmente non mi va a genio la lettura impegnativa. “Va’ dove ti porta il cuore” altro non è che una lunga lettera, sotto forma di diario, scritto da una nonna a sua nipote, partita in un viaggio in America. Riuscivo ad immaginare la sua voce quieta e affabile aleggiare nell’aria mentre ad uno ad uno e con grande discrezione, svelava i segreti più intimi e oscuri della sua famiglia. Apre il proprio cuore come un forziere, tenuto nascosto per troppi anni, mette a nudo se stessa attraverso il racconto della sua infanzia triste e inquieta, dominata dalle figure austere e gelidamente distanti dei suoi genitori; racconta di come ha conosciuto Augusto (suo marito) ed Ernesto (l’unico uomo che davvero ha amato); racconta la sua adolescenza, altrettanto inquieta, travagliata, logorante. Svela alla preziosa nipote gli antri da cui hanno origine delle sue paure più intime, le sue debolezze, i suoi errori. Olga, questa tenerissima nonna, scrive con la genuinità di un’anima rimasta immacolata nonostante tanta cattiveria abbia tentato di violarla, annientarla, dissiparla.
Leggendo, mi sono inconsciamente calata nel ruolo della nipote adolescente, della quale mai nulla noi lettori sapremo, poiché nel romanzo non le vien data voce. E forse è proprio perché di lei non ne so nulla, che mi è riuscito così semplice, anzi naturale, sentirmi la destinataria della lunga missiva. Mi sono sentita una confidente alla quale è stato assegnato il privilegio di leggere -letteralmente- nel cuore di un’altra donna come me, in una fase delicata della propria esistenza. Noi donne abbiamo l’incontrovertibile tendenza a nascondere i nostri veri sentimenti, le nostre intuizioni. Spesso anche a noi stesse. E siamo così brave, siamo anche compiaciute quando ci riusciamo. Io faccio parte (lo ammetto) di questa affascinante categoria: per questo quando una donna scrive della parte più oscura di sé, mi sento così vicina a lei. La triestina Susanna Tamaro è riuscita a stupirmi, e ha dimostrato nella sua scrittura la leggerezza di una primavera, anche nella descrizione delle condizioni più critiche di Olga. Una motivazione in più per iniziare a leggerla. E, tanto perché lo sappiate…. Ho adottato per la prima volta una nonna. E anche se vive dentro un libro, non importa.

Quattro sfavillanti stelline    

  • Titolo: Va’ dove ti porta il cuore
  • EditoreBaldini Castoldi
  • CollanaRomanzi e Racconti
  • Pagine: 168

L’uomo che voleva essere colpevole- Henrik Stangerup

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Gli esaltanti, euforici anni ’60 costituiscono lo sfondo sociale in cui Torben, scrittore danese, vive insieme alla sua famiglia -cioè moglie e figlio-. Confuso dall’eccessivo consumo di alcol, una sera Torben uccide in casa la moglie. Diventa un assassino: ma questo, alla società non importa. Non importa agli Assistenti, non importa allo psichiatra, ai colleghi. Allora i confini cominciano a sfumare, e ciò di cui fino a poco prima era certo, cioè che la moglie fosse deceduta per mano sua, si trasforma in un enorme dubbio. Un dubbio da cui la sua stessa salute fisica e mentale dipende. Gli impediscono di vedere suo figlio, ma allo stesso tempo è dichiarato non-colpevole. Anzi, il concetto stesso di “punizione” e “colpa” vengono aboliti dall’Istituto Nazionale per la Razionalizzazione della Lingua. Qualcosa di molto simile al Ministero della Verità, in “1984”. Il romanzo di Stangerup ha un’impostazione che rimanda molto allo stile orwelliano. Il cittadino che soggiace al volere dello Stato; l’identità che viene annientata; la creazione di una finta libertà; l’omologazione.
Torben fa di tutto per farsi riconoscere colpevole di omicidio, ma non ottiene risultato. Ciò che si verrà a scoprire in seguito,  che Torben risulta essere il primo di una lunga scia di esperimenti, che hanno come scopo finale l’omologazione e la distruzione dell’identità, della sfera personale. Tutti uguali, ugualmente controllati, sollevati da ogni responsabilità.  Un’orribile massa di burattini. Questo è ciò che, in questo romanzo distopico ambientato in Danimarca, vuole creare l’unico e solo burattinaio: lo Stato.
Un’idea agghiacciante, forse addirittura una profezia.
Sul fatto che Stangerup sia da conoscere, ci si può mettere la mano sul fuoco. E spero di approfondirlo meglio recuperando altri suoi scritti.
Da questo libro ho imparato tanto, e ha aperto porte che non immaginavo.

 

Bestiario- Juan Josè Arreola

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Grazie a Sur, abbiamo anche qui in Italia il privilegio di conoscere  uno dei maestri del micro-racconto, Juan José Arreola, figura chiave della letteratura messicana del Novecento. “Bestiario” è seguito da un breve testo di José Emilio Pacheco, “l’amanuense di Arreola”, il quale ha giocato di certo un ruolo decisivo nella stesura (Arreola dettò gli appunti per il romanzo breve in una sola settimana). Una miscela di poesia e narrativa, così si presenta la piccola opera dello scrittore messicano. Ogni micro-racconto è dedicato alla descrizione di un singolo animale, e in alcune caratteristiche animali non passano inosservati riferimenti alla natura umana. Sotto certi aspetti la vita di un gufo, di una talpa, di un insetto, non è molto distante da quella di un uomo. Siamo umani e animali, con il nostro egoismo primordiale, con il nostro desiderio di mostrare le nostre penne, con il desiderio di stare in branco o di cacciare in solitudine, con le nostre doti di seduzione riservate alle nostre prede. Non ci rendiamo mai abbastanza conto di quanto simili siano uomo e bestia, di quanto la bestia sia umana -o l’uomo bestiale-.

“Se lo osserviamo bene, il rospo è tutto cuore.”

Straordinaria metafora che Arreola estrae da un animale comune come il rospo: l’apparenza che non lascia spazio alla ragionevole considerazione dell’esistenza di un’anima pura e sensibile dentro un involucro esterno poco estetico. Il bello e il buono che non sempre si tengono per mano.

“Anche se sempre mezzo nudo, lo struzzo dispensa i suoi stracci nelle feste più futili […]: l’uccello che si acconcia tutto ma che lascia sempre la sua intima bruttezza allo scoperto.”

Per antitesi, lo struzzo mette in bella mostra il suo piumaggio, ma la sua natura di pollo lo tradisce. Fare bella figura e mostrare agli altri il proprio lato migliore è priorità di molti. Bellezza estetica che camuffa il brutto. Una superficie minuziosamente curata che copre il peggio di noi. Ma che non basta, perchè non basta il dono della bellezza a giustificare un brutto carattere, una scarsa intelligenza, una miserevole personalità.

50 pagine di estasi letteraria, 5 stelle e tanti elogi per Arreola.     

  • Titolo: Bestiario
  • Editore: Sur
  • Collana: littleSUR7
  • Pagine: 60

 

Preghiera per Cernobyl’- Svetlana Aleksievic

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Un evento storico mai stato esplorato così a fondo, mai dall’angolatura scelta dalla giornalista bielorussa Svetlana Aleksievic, Premio Nobel 2015 per la letteratura e una delle più grandi scrittrici dell’età contemporanea. I suoi occhi di cronista hanno assistito a tanto orrore, tanta miseria e distruzione, e forse è questa una delle ragioni per cui il disastro di Cernobyl viene raccontato con uno stile del tutto nuovo, estremamente crudo, consacrando il proprio talento alle molteplici voci dei cittadini bielorussi che quel disastro l’hanno provato sulla propria pelle, lo hanno pagato a caro prezzo, e molti lo stanno ancora pagando. Il potere di questo romanzo, sta esattamente qui, nella diretta testimonianza. La Aleksievic mette in secondo piano lo svolgimento del disastro, pone invece al primo i sentimenti, le emozioni della gente. Non si chiede come è successo quello che è successo, il suo obiettivo non è quello di smascherare il/i colpevole/i, ma di capire cosa le persone hanno provato, come hanno reagito, cosa è cambiato nell’esistenza di ciascuno di loro. Non numeri, calcoli, probabilità. Ma sacrifici, gesti eroici, gesti d’amore, perdite, lacrime, sangue. Soffocata dalle autorità e dai media, la voce del popolo bielorusso è rimasta inascoltata, ignorata per troppo tempo. Siamo così vulnerabili e compassionevoli di fronte alla sofferenza nel mondo, eppure non si comprende ancora il motivo per il quale nessuno ha mai provato interesse nel conoscere e far conoscere la storia della tragedia nucleare che ha ucciso persone come noi.
Cernobyl ha cambiato il concetto stesso di morte: una morte che non ha volto, non ha rumori, odori. Non tocchi, non vedi, ma ti distrugge,ti annienta e avvelena ogni tua singola cellula. Ma quanto, di tutto questo, avrebbero potuto comprendere gli umili contadini dei kolchoz, le casalinghe il cui unico impegno era quello di sfamare un quantitativo considerevole di prole? Come poteva essere compresa una cosa così grande, così astratta, da una popolazione così miseramente povera d’istruzione? Così soggiogata dal governo?
A comprendere la reale portata del disastro, furono in pochi. E quei pochi -medici, fisici, ingegneri-, vennero scambiati per matti o allarmisti da tutti gli altri mentre continuavano con l’innocenza dei bambini a mangiare, bere e respirare veleno. Mentre la morte agiva indisturbata.
Ho avuto modo di riflettere su tanti aspetti di questa lettura, mentre scorrevo tra le storie. Ci sarebbe tanto da riflettere sul tema del rapporto tra uomo e natura, sui pro e contro della tecnologia. Ma l’aspetto peculiare su cui ho preferito soffermarmi è un altro: il potere dell’informazione. Mi sono chiesta più volte mentre leggevo, quante vite si sarebbero potute salvare se a far fronte al disastro nucleare ci fosse stato un popolo ben informato, sui fatti e sulle conseguenze. Quante vite sono andate perdute, quante famiglie straziate a causa della disinformazione, a causa del silenzio. Quante anime hanno portato sulla propria coscienza governanti e operatori dei media. Quanti hanno tenuto la bocca chiusa e le mani in tasca, lasciando morire i bambini che sarebbero potuti essere gli amici dei propri figli, o i figli stessi. Se ci si fosse impegnati nella diffusione di una corretta e non distorta informazione, il numero delle vittime sarebbe rimasto lo stesso?
E’ un pensiero che, personalmente, non concede tregua.
Chi sa e tace, è già colpevole.

Il pozzo- Juan Carlos Onetti

“Mi piacerebbe scrivere la storia di un’anima, di lei sola, senza gli avvenimenti con cui, volente o nolente, ha dovuto mescolarsi.”

Risiede in queste poche righe il senso dell’opera con cui Juan Carlos Onetti esordì poco prima degli anni ’40, un romanzo breve che presenta tutti i caratteri della letteratura sudamericana, oscillando tra realtà e finzione. Lo scopo finale di Eladio Linacero è proprio questo qui: rendere sensibile -palpabile ai sensi- l’anima liberandola dalle inevitabili catene degli eventi, del materialismo. Mettere a nudo lo spirito di sè. Inizia così la trascrizione delle sue memorie, così vivide ma dai tratteggi surreali. Parte proprio da qui “perché un uomo, quando arriva a quarant’anni, deve scrivere la storia della sua vita, soprattutto se gli sono capitate cose interessanti.” . I quarant’anni indicano una fase estremamente delicata dell’esistenza umana. Si cerca di tirare le somme, di ricordare le cose maggiormente importanti. Il protagonista evoca immagini, anche drammatiche, con disarmante cinismo: crede nella purezza dei sentimenti, dell’amore, ma non in quella delle persone. Non nella loro onestà. Non nella loro“moltezza”, come suggerirebbe il Cappellaio Matto nel film di Tim Burton. Si smette di essere grandi una volta diventati adulti questa è l’assurdità. Soprattutto le donne, dopo i vent’anni covano un pragmatismo e un buonsenso insopportabile. Ogni evento che tira fuori dalla sua matita, mostra la profondità del suo flusso di coscienza, oltre che la bravura di un artista uruguayano come Onetti.
Una consapevolezza acerba, distaccata, quella di Linacero, che ammalia il lettore. Affascina e quasi spaventa.
“Il pozzo” è stata per me la porta d’accesso nel mondo del romanzo breve, ed ritengo superfluo aggiungere che ricorderò questo racconto per molto, moltissimo tempo.

Memorie dal sottosuolo-Fëdor Dostoevskij

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Il sottosuolo… Cos’è? Innanzitutto il luogo in cui prende vita l’aspra critica dell’autore del monologo. Una critica che prende forma da un procede in direzioni differenti: verso se stesso lancia tutto il suo disprezzo, per il proprio disagio provato ogni qualvolta egli si ritrova fuori da quel guscio sicuro e confortante ma allo stesso tempo deprimente, la sua invidia verso gli altri, così sicuri di sè e delle loro azioni, lui così impacciato, goffo, inadeguato; verso la società, così disgustosamente ipocrita. Questo monologo, questo flusso di coscienza che occupa tutta la prima parte del romanzo “Il sottosuolo”, risulta essere un’analisi della complessità dell’anima umana, della complessità psicologica e morale. Il protagonista, parla in prima persona e mette a nudo tutto ciò che riguarda la sua interiorità -tutto ciò che al lettore interessa conoscere-, risaltando debolezze e punti di forza, sforzandosi di applicare alle confessioni la massima sincerità. L’autore di queste confessioni è un uomo eccessivamente riflessivo, malvagio (ma ritiene poi di non esserlo davvero) e invidioso degli altri uomini ma con una chiara consapevolezza della propria personalità. Dostoevskij scrisse questo libro “destinato a dominare la narrativa occidentale per i prossimi cent’anni” (come Alberto Moravia scrive nella breve introduzione) all’età di 43 anni, e dall’esperienza del carcere -una decina di anni prima di scrivere le Memorie-gli permise di osservare meglio il cambiamento del comportamento umano in base agli eventi esterni e ai pensieri e sensazioni interni: è forte la sua determinazione nel cimentarsi nella scrittura sull’animo umano. Guarda nell’oscurità, cerca una spiegazione, vuole portare alla luce quello che è l’uomo. Cosa rende l’uomo davvero uomo.
Alla lunga premessa di taglio psicologico segue la seconda parte del libro“A proposito della neve fradicia”in cui il protagonista, impiegato dello Stato, descrive se stesso e la sua concezione del mondo. I suoi pensieri scorrono con spudoratezza, quasi con una certa indecenza e cattiveria, scoprendo i demoni della propria solitudine, il desiderio di essere qualcosa o qualcuno, di sentirsi desiderati, accolti. Egli è intelligente, capace perfino di amare. Ma non sa a chi, perchè e come dare le sue capacità. La repressione di se stesso lo porta a una scrittura nevrotica e a tratti esaltata, alla liberazione di una coscienza martoriata dalla solitudine e l’inadeguatezza all’esistenza
E’ un libro che parla a tutti noi, e che tutti noi dovremmo leggere almeno una volta nella vita per renderci davvero conto di quanto la natura umana sia straordinariamente complessa e corrotta.